Lei è una restauratrice. Da quando tempo lavora in questo campo e come è nata la sua passione?
Lavoro in questo campo dal 1992. Dopo aver
frequentato il Liceo artistico non sapevo bene che strada intraprendere quando,
per caso, a Roma ho incontrato una persona che si era appena iscritta ad una
scuola di restauro e che mi ha introdotta nel suo mondo che ho amato
immediatamente. Il lavoro del restauratore mi è sembrato un ottimo compromesso
fra l’arte ed i beni culturali. Col tempo ho capito che il proprio estro
artistico in questo lavoro non solo non è utile, ma non deve proprio venire
fuori. Avere una buona manualità però aiuta tanto.
In
cosa consiste il suo lavoro?
Dal 2019 il mondo del restauro è cambiato.
Noi restauratori siamo stati divisi per settori, quindi quando mi occupo di
opere pubbliche, restauro prevalentemente opere d’arte lignee e decorate o
affreschi. Lavorando nel privato invece siamo più liberi: in quel caso mi
occupo di qualsiasi opera d’arte, sino ad arrivare alle porcellane o ceramiche
antiche o ad opere in pietra. Il mio è comunque un lavoro molto tecnico che
comincia con una visita di persona all’opera. Dalle fotografie non si riesce a
comprendere perfettamente che tipo d’ intervento occorre eseguire. Bisogna
analizzare e studiare l’opera, fotografarla, disegnare dei grafici,
comprenderne le caratteristiche strutturali, artistiche, tecniche e materiali
per poi decidere come intervenire su di essa. A questo punto si prepara un progetto di
restauro che va quindi inviato alla Sovrintendenza ai Beni culturali. Solo
quando il progetto sarà approvato potrà iniziare il restauro vero e proprio. Generalmente
prima di cominciare un restauro si eseguono dei tasselli di pulitura, cioè delle
piccole prove per comprendere se il tipo di intervento che è stato deciso, sia
la scelta migliore per quell’opera. Ancora una volta sarà la Sovrintendenza a
decidere se continuare sulla via iniziata, o se modificare qualcosa. Il
restauro è quindi un lavoro minuzioso, con una parte burocratica molto
importante.
Che tipo di opere restaura?
Lavoro soprattutto su statue lignee: nelle
nostre zone l’arte sacra e votiva è molto importante, per questo negli ultimi
quattro anni ho lavorato soprattutto su queste opere. In questo momento però
sto restaurando delle tele del museo diocesano di Bovino.
Può capitare di rovinare un’opera durante un
restauro?
Fino a poco tempo fa i restauri erano
molto aggressivi e poteva capitare di togliere parti di un’opera originale. Per
questo la normativa burocratica è cambiata ed è così cavillosa: serve proprio a
salvaguardare le opere d’arte. Per fortuna non mi è mai capitato di rovinare
delle opere, anche se, molti anni fa nel 1993, io ed altri tre ragazzi stavamo
eseguendo il consolidamento di un affresco all’interno della chiesa della
Minerva, a Roma. Lavoravamo sulla stessa parete e stavamo inserendo con delle
siringhe un consolidante, cioè delle malte, laddove si erano formate delle
sacche, cioè delle zone in cui l’intonaco si era sollevato. A fine giornata ci
accorgiamo che si era formata un’enorme sacca sulle mani del Cristo
benedicente, perché tutto il consolidante che avevamo iniettato era confluito
nello stesso punto. Attraverso dei micro fori siamo riusciti a risolvere la
situazione, ma quella volta abbiamo rischiato seriamente di danneggiare l’affresco.
Si tratta di un lavoro molto minuzioso in cui non bisogna affidarsi solo alla
propria esperienza, ma dobbiamo imparare a comprendere momento dopo momento la
via più giusta da seguire.
Quali sono le parti più vulnerabili di
un’opera d’arte?
Le parti più vulnerabili sono le parti più
sottili o quelle terminali. Dipende però dal tipo di opera. Nelle statue ad
esempio il naso, le dita… dunque le parti più sporgenti sono quelle più fragili.
Se invece parliamo di una tela, dobbiamo tener presente il materiale di cui è
composta, un materiale naturale, come lino, canapa, cotone… a seconda dell’epoca
storica in cui è stata realizzata. In questo caso i danni arrivano soprattutto
dagli agenti a cui l’opera è sottoposta o dal luogo in cui è esposta. La muffa
può attaccare il tessuto e rovinarlo. Non solo. Se una tela viene esposta ai
raggi solari, la pittura può asciugarsi troppo rapidamente o in modo non
omogeneo. Si vengono allora a formare delle “conchiglie”, cioè delle isole di
colore che si possono staccare molto facilmente. Le statue lignee se si trovano in un ambiente
molto umido diventano spugnose e i tarli possono scavare delle gallerie molto
profonde danneggiandone la struttura. La prima cosa da fare è consolidare e
mettere in sicurezza il bene danneggiato. Ovviamente l’ambiente in cui si trova
un’opera può fare la differenza.
Come è nato il progetto dei Giardini
pensili?
Il progetto è nato grazie all’iniziativa
di Maria Rosaria Lombardi, presidente della Proloco di Bovino, che è riuscita a
raccogliere abbastanza firme per ottenere un finanziamento dal FAI per il
restauro dei giardini pensili di Bovino. Non solo, oltre a ciò ha avuto l’idea
di istruire voi ragazzi per avvicinarvi al mondo del restauro e ad un bene del
nostro territorio che non tutti conoscono, poiché il rispetto di un opera è
qualcosa di poco conosciuto. Voi ragazzi rappresentate il futuro e dovete
essere istruiti alla bellezza del patrimonio artistico italiano, ma anche al
rispetto e alla comprensione di esso.
Che tipo di lavori o restauri sono stati
realizzati nei giardini ducali?
Si è trattato di un progetto a tutto tondo
che ha previsto non solo il recupero delle statue, ma anche dell’ambiente in
cui esse sono inserite. L’opera d’arte è tale anche in funzione al luogo in cui
si trova. L’ambiente diventa esso stesso opera d’arte. Per quanto concerne le
statue per prima cosa abbiamo dovuto individuare le criticità delle opere,
studiare e conoscere a fondo le statue, per poi andare ad asportare le muffe e
i batteri che si erano formati al di sopra di esse perché con le loro radici
scavano e rovinano la pietra. Si è quindi passati alla seconda pulitura, che è quella
delle macchie principali e al consolidamento. Nel restauro, soprattutto in
quello lapideo, non si ricostruisce niente, quindi le parti rotte come dita o
nasi, vanno lasciati così perché è molto importante rispettare l’essenza storica,
il vissuto, di un bene. Dunque quello dei giardini ducali è stato più un
restauro conservativo che estetico.
Ha lavorato da sola a questo progetto?
Al progetto della scuola sì, durante quello
di restauro sono stata affiancata da un altro restauratore.
Quali erano le maggiori criticità
all’interno dei giardini?
Molte criticità erano dovute all’abbandono
e all’incuria del luogo. Prima di tutto sono stati potati gli alberi e messi in
sicurezza perché i problemi delle statue erano dovuti a dei traumi, come la
caduta di rami o di pigne. Purtroppo molti problemi non sono stati eliminati
completamente perché sono dovuti all’umidità del luogo, al gelo dell’inverno al
calore eccessivo dell’estate. Quindi il restauratore che mi ha affiancato ha
proposto di coprire le statue nei mesi più freddi con un tessuto non tessuto,
per proteggere lo strato superficiale della statua. In primavera poi andranno
un po’ ripulite e riconsolidate con della manutenzione ordinaria.
Aveva già lavorato con i ragazzi delle
scuole?
Sì, ma mai nel campo del restauro. Più
volte ho lavorato nella scuola dell’infanzia o primaria per delle attività
creative. Nella secondaria di primo grado ho lavorato con l’argilla ed insieme
ai ragazzi ho realizzato un presepe che è stato premiato durante un concorso.
Tirando le somme: come valuterebbe l'esperienza vissuta insieme a noi
ragazzi?
E’ stata davvero una piacevole esperienza.
Siete stati una bella scoperta: molto vivaci, ma molto collaborativi. Avete
seguito le mie istruzioni e svolto tutte le attività richieste. Anche la
risposta empatica e la vostra curiosità sono state positive.
Quali
sono i suoi progetti per il futuro?
E’ un buon momento per noi restauratori e spero di continuare così.
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